2. COSA NON E’ L’INFERMIERE

“Basta con lo stereotipo dell'infermiere che 'ciabatta' in giro per l'ospedale! Basta con l'immagine dell'infermiera sexy, poco vestita e disponibile, protagonista delle commedie erotiche degli anni '70 e ancora presente sul piccolo e grande schermo!24”

Tratto dalla tesi di laurea di Lara Skarlovaj

Si ringrazia obiettivoinfermiere.it

 

 

A richiedere il cambiamento dell'immagine di questa professione in tv e al cinema in Italia sono i diretti interessati. In Italia l'opinione pubblica ha ancora una percezione inadeguata del ruolo e dell'attività degli infermieri. Perchè sono ancora vivi luoghi comuni difficili da scardinare, nonostante la costante crescita di questa professione. Un certo tipo di produzione cinematografica e televisiva presenta la figura dell'infermiere in modo addirittura offensivo, associandola all'erotismo e al sesso. Neppure la fiction rende giustizia: i protagonisti della sanità continuano a essere i medici, a cui vengono affidati sempre i ruoli di maggior spessore. Gli infermieri invece, nel migliore dei casi, vengono rappresentati come persone dal grande cuore, ma mai come professionisti con responsabilità e competenze. Anzi, appaiono frustrati, infelici e pettegoli. E questo ha fatto e continua a far male alla professione. Per anni  tanti stereotipi hanno allontanato i giovani dalla scelta di questo lavoro .

Diversa la situazione in altri Paesi. La fiction made in Usa  si avvale di staff di consulenti per realizzare sceneggiature e copioni corretti nei contenuti. In questi serial, i medici, pur rimanendo ancora i protagonisti indiscussi, si confrontano costantemente e collaborano con gli infermieri. E' ora che questi cambiamenti siano percepiti dall'opinione pubblica. L'IPASVI ''pretende'', un maggior rigore dai mezzi di comunicazione, per un'informazione corretta ai cittadini.

 

2.1 L’informazione inganna

Parallelamente all’evoluzione della figura infermieristica, è stata creata una serie di ruoli sanitari subalterni, con lo scopo di agevolare e collaborare con l’infermiere e altri professionisti, soprattutto dopo la soppressione dei corsi di formazione per infermiere generico, ormai figura in esaurimento. Il graduale venir meno di una figura che potesse coadiuvare l’infermiere, ha di fatto lasciato un vuoto operativo, tanto più marcato quanto più l’infermiere procedeva sulla strada della professionalizzazione, facendo così nascere l’esigenza di trovare nuove formule per supplire a tale carenza. Ciò ha comportato una graduale trasformazione della figura generica dell’ausiliario, con mansioni prettamente domestico-alberghiere e una breve formazione di base, verso quella degli Operatori Socio Sanitari, gli O.S.S.25.

Oggi, sul territorio nazionale, sono presenti un così vario numero di denominazioni di queste figure che , sulle prime può sconcertare, ma la ragione si trova proprio nel fatto che anch’esse sono cresciute e mutate a seconda delle esigenze che nascevano. L’infermiere si rende comunque sempre responsabile della congrua attribuzione dei compiti, in base all’attenta analisi della situazione di ogni assistito, di cui deve conoscere la complessità e il grado di mutabilità del quadro clinico. È l’infermiere infatti che rimane il protagonista indiscusso del processo di nursing, il quale prevede un’attenta analisi dei bisogni e la relativa pianificazione del processo assistenziale. Fra infermiere e operatori si deve realizzare quindi un rapporto di collaborazione, supporto, sostegno, integrazione con l’obiettivo finale dell’efficacia, efficienza e qualità degli interventi26.

Fatta questa dovuta premessa, bisogna ribadire il fatto che queste figure vengono molto spesso confuse tra di loro. Troppe volte negli articoli di cronaca nera, la parola “infermiere” viene citata per indicare una qualunque figura professionale all'interno dell'ospedale.

Sono molti i titoli che, così ''sparati'' dai giornali, hanno lo scopo e la funzione di colpire l'attenzione dei lettori. “Infermiere”, nell'immaginario della gente semplice, sta a significare un camice bianco indossato da operatori sanitari non medici. Neppure tutti i giornalisti conoscono la differenza tra, ad esempio, un tecnico di radiologia, un infermiere professionale, una vigilatrice d'infanzia, un OTA. Quella dell'infermiere, insomma, è una figura nella quale quasi tutte le professioni sanitarie vanno ad identificarsi.

Questo studio vuole focalizzare l’attenzione su com’è stata presentata questa figura negli ultimi anni nella realtà di Trieste. Analizzando vari articoli pubblicati sul quotidiano cittadino “Il Piccolo” a partire dal 2001, sono state ripercorse le troppe segnalazioni di malasanità, le calorose promozioni del corso di infermieri, e i difficili dibattiti su varie questioni sociali. Ne è emersa una situazione estremamente caotica e molto conflittuale: da una parte i responsabili del Collegio IPASVI pronti a difendere a spada tratta questa professione emergente, dall’altra i cittadini in prima linea delusi dall’inefficace organizzazione ospedaliera e giornalisti poco informati complici nel confondere le idee sulle diverse figure professionali.

Uno dei vari temi ricorrenti nelle varie pubblicazioni è la promozione della figura infermieristica. Il Movimento delle Donne di Trieste apre un Convegno: “Infermiere, una professione da valorizzare” e con lo stesso titolo si apre l’articolo pubblicato il 27/10/200127, nel quale viene ricordata l’importanza di rendere più appetibile la professione con stipendi adeguati e con la valorizzazione del ruolo, anche per sopperire al problema della carenza di personale. “L’attività delle infermiere professionali va riorganizzata, soprattutto negli ospedali dov’è allarme rosso per il numero insufficiente di paramedici, costretti a lavorare in un’emergenza perenne.” Già da questa presentazione iniziale emergono due termini alquanto discutibili, innanzitutto la denominazione “infermiere” con un chiaro sottintendimento alla figura ancora strettamente legata al sesso femminile  , in secondo luogo il sinonimo “paramedico” fa ancora riferimento alla funzione ausiliaria dell’infermiere che aiuta il primario.

Sempre per il tema “promozione della professione” è intervenuta anche la Presidente del Collegio IPASVI, la dottoressa Maila Mislej ribadendo le opportunità di lavoro offerte dal corso universitario in scienze infermieristiche. In un articolo intitolato “Professione infermiere, richiesta e ben pagata” la dottoressa Mislej afferma “la normativa italiana riconosce l’infermiere come un professionista con elevate responsabilità e autonomia operativa, formazione universitaria (master e laurea specialistica) e sviluppo di carriera all’interno del sistema sanitario e universitario28”. Fa sentire la sua voce anche il dottor Flavio Paletti, Presidente del Collegio IPASVI che in occasione della presentazione del Patto infermieri-cittadini in un articolo del 12/05/2004 ripercorre la strada dell’infermiere nel lavoro sanitario: ”fra le tappe fondamentali di questo percorso figura l’abolizione del mansionario, che nel passato definiva fin nei minimi dettagli l’attività infermieristica mentre dal punto di vista formativo, la grande novità è stata invece l’istituzione della laurea in Scienze infermieristiche29”.

Ma se da una parte questi bei discorsi potrebbero anche favorire un maggior interesse verso questa professione, una riqualificazione e un aumento del prestigio, dall’altra troppo spesso vengono soffocati da problematiche di carattere pubblico sicuramente poco stimolanti.

Il problema dell’inferiorità numerica è un tema che viene trattato anche troppo spesso negli ultimi anni, fino a sfociare in una vera e propria questione di Stato, quando nel gennaio del 2004 arriva la prima proposta di reclutare le infermiere dell’Est.

“A Cattinara mancano Infermieri? L’Azienda Ospedaliera chiama un’agenzia di lavoro interinale, che recluta in Polonia una cinquantina di professioniste e, dopo una verifica dei titoli professionali, le spedisce a Trieste30”. La questione ha fatto alquanto discutere, e nei mesi successivi le pagine sono state riempite da proteste e indignazioni riguardo le lavoratrici straniere. Il sindacato Nursind a tal proposito ha rivendicato la grande responsabilità di un infermiere e l’importanza che viene data al contatto umano in questa professione, nonché il pericolo potenziale di un errore involontariamente commesso dalle lavoratrici polacche dovuto ad un’incomprensione linguistica. Tra un susseguirsi e l’altro di botta e risposta, il Direttore Generale, il dott. Nicolai ha colto l’occasione per sferrare una freccia contro i neoassunti di casa nostra, affermando: “queste infermiere già esperte nella professione hanno richiesto molto minor tempo per essere ben inserite nei reparti di quanto non accada con i neolaureati, che sanno l’italiano, ma non sanno ancora lavorare31”. Si potrebbe pensare a questa constatazione come un incitamento per le nuove leve a farsi valere in campo o come un suggerimento per l’Azienda ad andare alla ricerca di manodopera fuori dai confini? A dare una risposta ci pensa Sergio Callegari facendosi portavoce del pensiero giovanile: “Da alcuni anni si è stabilito che per diventare infermiere devi frequentare l’università, per 3 anni. Ragion per cui ora non si trovano più infermieri. E credo bene! Vai a scuola fino a 20 anni per pigliarti un diploma e poi devi frequentare a spese tue l’università. I giovani a questo punto dicono: << Ma chi me lo fa fare?>> e si rivolgono ad altro”. Continua poi nella lettera a chiedersi perché mai gli infermieri dovrebbero infognarsi nell’università e chi è “quel furbo” che glielo fa fare…per concludere in un altro articolo chiedendosi chi è proprio così “fesso” da diventare infermiere oggi32. Questi articoli si rivelano decisamente poco stimolanti e invitanti per i giovani che si trovano a decidere sul proprio futuro. Non sono di aiuto neanche le disquisizioni riguardo la differenza tra O.S.S. e infermieri professionali, questioni che creano troppe volte malintesi e confusione sulla figura professionale.

Si legge su un annuncio di una Residenza per Anziani un’offerta di lavoro per “responsabile assistenza” con la qualifica di infermiere o O.S.S.: la generalità lascia intendere che la scelta è poco determinante, quasi i due titoli fossero equiparabili. “La persona selezionata” continua l’annuncio “si occuperà della gestione del personale, delle relazioni con le famiglie ospiti, degli accoglimenti, del monitoraggio dei servizi, dei rapporti con l’Azienda Sanitaria ed inoltre di proporre modifiche e/o miglioramenti dei protocolli aziendali33”. Se un O.S.S. con 1000 ore di corso riceve tutte queste competenze, verrebbe da chiedersi (parafrasando le parole di Sergio Callegari): chi è quel fesso che si infogna all’università per diventare infermiere? E di questa differenza sembra non volersene accorgere neanche l’Azienda Ospedaliera, troppe volte accusata di non saper gestire l’organizzazione dei servizi e dei reparti: “Non si può pensare di risolvere il problema sostituendo gli infermieri con gli O.S.S., facendo finta di non sapere che queste figure sono complementari e non sostitutive34”, così recita l’accusa della Cgil. Il piano d’intervento per fronteggiare l’emergenza infermieristica adottato molte volte dall’Azienda è stato visto come un modo per aggirare il problema della necessità di profonde modifiche nell’organizzazione del lavoro. Un articolo pubblicato nell’ottobre 2002 recita: “Infermieri: mille ore di corso per un posto che non c’è”. E’ l’occasione per dar voce una volta di più al presidente del Collegio Flavio Paletti riguardo la figura dell’infermiere. “Noto nuovamente e con rammarico che la professione infermieristica è confusa con il personale di supporto all’assistenza ovvero con operatori tecnici, operatori socio sanitari, ausiliari e, in alcuni casi, persino con le badanti35” . Continua con una breve presentazione del corso di laurea e con l’augurio di una più sentita collaborazione tra infermieri e giornalisti. Non tarda ad arrivare una spiegazione riguardo l’equivoco da parte del giornalista in questione: “le sigle sono oscure (Ota, Oss, Adest…) e <<operatore socio-sanitario>> non solo occupa tutte le colonne disponibili nella pagina, ma dice anche poco a un lettore”. La risposta è piuttosto spiazzante, un giornale di dominio pubblico invece di farsi carico della responsabilità di informare, di non lasciar spazio a equivoci, di chiarire delle questioni laddove nascano ambiguità, si limita a semplificare il tutto e diventare egli stesso motivo di equivoci per una questione di…spazio. Il lavoro di tutti quei professionisti che chiedono solo il diritto di informare e essere informati, viene ridotto a un problema di impaginazione. Non c’è che dire: l’informazione inganna!

 


 

 

 

2.2 Tra stereotipi e luoghi comuni

 

L’ultima campagna pubblicitaria di una nota marca di automobili mostra come un bradipo si risvegli da uno stato comatoso grazie ad una minigonna vertiginosa sensualmente portata da un’infermierina, con tanto di cuffietta.

Questa è solo una delle tante proposte di infermiere seducenti che appaiono quotidianamente sui nostri schermi. Le vediamo nei concerti pop a ballare con calze autoreggenti e crocerossa sulla fronte, le ritroviamo in teatro con la “divertente” Zita Fusco che ci propone un’infermiera in un “surreale lampo supersexy36” al teatro Cristallo. O ancora si può assistere ad una farsa con una spiritosa parodia in cui “l’infermiera ha i bei capelli biondi e i tacchi a spillo di Barbie, e la rigida pettinatura del fidanzato Ken svetta sulla testa del medico in questione”37.

Il Collegio IPASVI di Trieste ha ritenuto utile aprirsi ad altri linguaggi e discipline che aiutino a capire quali sono gli stereotipi che più frequentemente si collegano alla figura dell’infermiere e in quale misura il piccolo e grande schermo, che giocano un ruolo incisivo sull’immagine delle professioni, abbiano contribuito a dare dell’infermiere un’immagine ricca di luoghi comuni e non realistica.

Le professioni sanitarie sono ancora ampiamente influenzate da quel folklore e da quelle tradizioni che hanno caratterizzato le culture tradizionali. L’immagine del medico e dell’infermiere proposta dai mass media può essere considerata un insieme di eroismo, amore, seduzione, erotismo. La “sessualizzazione” della cura del malato non interessa solo la professione infermieristica, ma è comune alle professioni mediche in generale. “Immagine paterna e materna al tempo stesso, figura che nutre e protegge ma che può anche dominare […] dando vita di volta in volta alla tenera crocerossina che soccorre i feriti o all’infermiera che seduce, lega e frusta le sue vittime pazienti, impazienti solo di essere punite e poi consolate”.38

L’infermiere e il medico nel proprio lavoro si rapportano quotidianamente con altri esseri umani, ma a differenza di altri professionisti devono confrontarsi con situazioni che riguardano gli aspetti più intimi del paziente. Toccare ed esplorare il corpo di una persona, poterla osservare anche spogliata dai suoi indumenti, fare domande anche sulla sfera più intima, costituiscono dei privilegi che normalmente rimandano ad esperienze ben diverse, come quello della sessualità o dell’affettività. La divisa che medici e infermieri indossano rappresentano dei potenti simboli rituali, utili a chiarire una situazione potenzialmente fonte di turbamento.

Meccanismi inconsci e fattori socio-culturali convergono nella connotazione sessuale del rapporto infermiere-paziente e della relazione terapeutica in generale39.

Non a caso all’interno della commedia all’italiana di grande successo negli anni Settanta il filone delle infermiere scollacciate, con le sembianze di Gloria Guida, Edwige Fenech o Nadia Cassini poco vestite e con le reggicalze, centrava dei luoghi comuni che trovava in quegli anni spazio nelle professioni e nei luoghi di lavoro40.  A questo proposito Salvatore Gelsi, docente di teoria della visione e sociologia del cinema all’Università degli studi di Ferrara, ha voluto ripercorrere l’immagine dell’infermiera proposta sul piccolo e grande schermo nel corso degli anni: il momento storico per il mondo mediatico ha una sua influenza, basti pensare alla Grande Guerra, l’evento bellico fu combattuto e vissuto anche attraverso i cinegiornali e la propaganda, e nelle comuni rappresentazioni cinematografiche le donne dei soldati erano quasi sempre infermiere. Queste giovani donne venivano immortalate sorridenti e disponibili, tra la sofferenza di quei soldati feriti o mutilati, lontani da mamme, mogli, sorelle, fidanzate a patire il dolore. Ruoli sintetizzati dal camice bianco e dall’accondiscendente premura che troppo spesso sfociava in amore. Sono tante le pellicole che come linea di sfondo hanno usato questa trama: “Ali” (1927) di W.A. Wellman dove sul fronte francese nel 1917 due piloti sono innamorati della stessa crocerossina, “Addio alle armi” (1957) di F. Borzage con Gary Cooper, tenente americano innamorato dell’infermiera inglese che morirà tra le sue braccia, “Tornando a casa” (1978) di H. Asby con Jane Fonda, infermiera che si innamora di un reduce del Vietnam paralizzato. L’obiettivo è colpire il pubblico, interessarlo, catturare l’attenzione, evidentemente la parte emotiva e sentimentale si sono dimostrate più coinvolgenti che l’aspetto professionale della cura della persona41.

Per quanto riguarda la televisione, sono gli spettatori i protagonisti indiscussi e quelli che decidono la promozione o la bocciatura dei programmi. Un telefilm per diventare serie, dopo le prime puntate pilota, deve ottenere immediatamente il consenso. Inevitabilmente allora, i telefilm agiscono per luoghi comuni, per situazioni accettate, diffondendo comportamenti e atteggiamenti già diffusi e che presentano aspetti della realtà di secondo grado, quella che può in anticipo soddisfare le attese dello spettatore.

Infermiere belle, giovani, gentili e cordiali, con un cuore grande soprattutto per lasciare spazio all’amore, questo è il cocktail vincente per una buona serie televisiva, ma è anche vero che nel caotico reality che regna nei veri ospedali, l’unico aspetto che gli spettatori sono sicuramente ansiosi di riconoscere è la grande professionalità.

 

2.3 La parola agli infermieri

 

“Credo che si possa immaginare la frustrazione di chi, dopo aver studiato per affrontare una professione che in questi ultimi decenni è enormemente cresciuta per conoscenze, competenze, professionalità, veda tuttora quest'ultima lesa nella sua dignità dai luoghi comuni che continuano ad esservi scioccamente associati. Nessuno pretende dalla stampa una funzione squisitamente educativa ma nemmeno la si vorrebbe così

pronta a offrire il destro e ad ammiccare a un immaginario collettivo subculturale che tutti noi ci auguriamo di vedere un giorno scomparire42.”

Le segnalazioni di indignazione tra le pagine delle riviste infermieristiche si sprecano. Infermieri delusi, stanchi e feriti nella propria immagine lanciano richieste d’aiuto a Collegi e colleghi. E’ ormai noto a tutti che digitare la parola chiave “infermiere” equivale ad aprire un cassonetto pieno di rifiuti, tra tutte le cose buone ed utilissime anche immondizia web, fatta di immagini indecorose ed offensive per l’intera categoria. D’altra parte l’immagine dell’infermiera sexy che sprizza sensualità da ogni poro, non è esclusiva di internet. E’ sempre stata, fin dagli albori della pornografia una sorta di icona, uno stereotipo che confonde la cura della persona con le attenzioni sessuali, che mescola il “sacro” della professione con il profano di una certa sua immagine pubblica.

L’IPASVI molte volte si è interessato della promozione della professione e a tal proposito ha indetto dei sondaggi per sentire l’opinione diretta degli infermieri. Nel gennaio 2006 è stata posta la domanda: “Qual è oggi il maggior ostacolo alla valorizzazione della professione infermieristica?” Su un totale di 1260 votanti, il 37,61 % ha risposto uno scarso peso contrattuale, il 28,09 % la resistenza al cambiamento, il 15,55 % l’organizzazione del lavoro, il 15,31 % i problemi di coesione della professione e solo il 3,412 % la normativa di riferimento. Grande rilevanza è stata data alla scarsa retribuzione, sicuramente se considerata al grado di autonomia e quindi di responsabilità raggiunto dalla professione negli ultimi anni.  Alla domanda: “Da cosa partiresti per migliorare lo status della professione infermieristica?” Su 1248 votanti, il 46,63 % ha risposto una revisione dei modelli organizzativi, il 30,36 % ha proposto degli interventi legislativi nazionali, il 17,54 % un adeguamento delle piante organiche e il 5,448 % interventi legislativi regionali. Interessanti sono state le risposte alla domanda: “Quale fattore pesa di più sull’immagine sociale dell’infermiere?” Su 1820 votanti, più della metà, ben il 53,35 % l’ha imputato agli stereotipi del passato, il 18,02 % all’influenza dei mass media, il 14,89 % all’esercizio professionale e il 13,73% alla capacità di autopromozione43.

Purtroppo l’immagine dell’infermiere deve scontrarsi anche con una radicata svalutazione professionale, che troppo spesso viene proprio dai vertici politici. Nel 2002 si è assistito a una clamorosa proposta sul ricollocamento professionale dei lavoratori della Fiat come infermieri. Tutto era  nato da un’incauta dichiarazione pubblica del premier che suggeriva di trasformare in infermieri gli operai della Fiat in esubero44. Tutti i Collegi IPASVI d’Italia si erano ribellati ad un simile scenario, peraltro fantasioso e irrealizzabile.

Non mancano peraltro parlamentari che, trattando problemi di ordine sanitario, affermano: “bisogna agire a tutti i livelli, dai più bassi ai più alti e cioè dal livello di portantini e infermieri fino al livello del direttore sanitario45”. Mettendo chiaramente sullo stesso piano infermieri e portantini viene rinforzata la concezione anacronista dell’infermiere “ultimo chiodo del carro sanità”. D’altra parte i primi responsabili di questo cambiamento culturale dovrebbero essere proprio gli infermieri. Il mondo infermieristico è protagonista di un paradosso: l’infermiere sa mediare, sa spiegare al cittadino la sua malattia e la relativa terapia, sa fare educazione sanitaria, sa spiegare la terminologia medica. L’infermiere sa spiegare tutto ai suoi pazienti ma non sa “spiegare” se stesso alla società, il suo ruolo, il suo prestigio professionale. “Gli infermieri sono la categoria più numerosa della Sanità e sono anche la categoria che, in proporzione, ha meno peso su stampa e tv. Il problema non è solo quello di non essere nei media in negativo, ma il bisogno è l’opportunità di esserci da protagonisti in positivo. E’ arrivata l’ora per gli infermieri di investire risorse umane e professionali con la creazione di seri Uffici Stampa46.” Queste sono le richieste sempre più forti degli infermieri italiani.

Bisogna riconoscere che gran parte degli infermieri non sa promuovere la propria professionalità neanche sul campo. Preferisce seguire la più comoda via della rassegnazione piuttosto che intraprendere quella del cambiamento. Troppe volte questo stato di frustrazione si ripercuote sul lavoro ospedaliero, su un’assistenza  sbagliata basata più sul “non posso” che sul “provvederò”. E tutto questo contribuisce ad aggravare un’immagine già di per sé compromessa e a dare adito a tutte quelle insinuazioni riguardo la mancanza di professionalità.

Tra le pagine del nostro quotidiano cittadino periodicamente si fanno largo le varie segnalazioni di cittadini delusi dell’organizzazione sanitaria. Quasi sempre le lamentele rivendicano la poca professionalità delle figure che operano all’interno degli ospedali. Viene riportato in un articolo del 2003 la rabbia di una madre che si è vista negare da un infermiere, sempre che di infermiere si trattasse, un bicchiere d’acqua per sua figlia ammalata, con una secca motivazione: “fuori ci sono le macchinette”47. Pochi mesi dopo un altro caso di “poca cortesia” da parte di un infermiere, il quale avrebbe “liquidato” malamente il famigliare di un degente senza rilasciare alcuna informazione alle sue richieste48. E ancora accuse di scarsa umanità e sensibilità dimostrate dagli operatori sanitari: “sarebbe opportuno che le politiche del personale, nell’interesse di tutti, si preoccupassero di delegare le mansioni di assistenza a persone civili, preparate, motivate e non ignoranti49 “. Parole pesanti che dovrebbero far mettere in discussione gli infermieri stessi nel modo di porsi con quei cittadini da cui si richiede il rispetto. “Le varie lettere di segnalazione sulle disfunzioni ospedaliere e sanitarie di Trieste non suscitano grandi effetti di miglioramento”, così esordisce un articolo del 26/04/2006  intitolato “Appello di un lettore a coloro che per primi assistono i malati: infermieri siate più disponibili”. La persona in questione lamenta il fatto di dover sempre combattere ogni volta si chieda un cambio, una pulizia, ”vi pare che una persona, costretta a un’infermità possa trovare la forza per una riabilitazione se la costringete a essere senza dignità, la fate sentire irrecuperabile e buona solo per la morte50” con queste dure parole gli infermieri vengono accusati di usare la “professionalità” per uccidere la “fratellanza”, come viene spiegato poche righe più sotto. Risulta chiaro che il temine professionalità non viene associato volentieri all’infermieristica la quale viene ancora vista come una vocazione a cui una persona deve dedicarsi nel soddisfare i bisogni primari del paziente, quali igiene e alimentazione, dimenticando tutto quello che un piano assistenziale prevede. Detto ciò rimane evidente il problema segnalato dal lettore, a cui pochi giorni dopo trova prontamente risposta il presidente IPASVI: “crediamo nell’assistenza quale pratica etica di sostegno alla persona sana o malata, volta a valorizzare quanto più possibile il soggetto ma anche le persone vicine a lui, come elemento di supporto essenziale. Purtroppo tutto ciò si scontra con il rapporto annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione e sviluppo economico: in Italia ci sono 5,4 infermieri ogni 1000 abitanti, rispetto a una media europea di 8,251.”

Quella della carenza di personale infermieristico è una triste realtà con cui i 320.000 infermieri italiani devono convivere. Non è certo una scusa a cui un infermiere deve appellarsi nel momento in cui si trova a lavorare in corsia ma è sicuramente una situazione che non favorisce un buon counseling tra infermiere e paziente. Alla professione infermieristica va riconosciuto uno status di professione a pieno titolo e non sono sufficienti le leggi per ottenere ciò. “Non è pensabile che un infermiere laureato entrando in servizio in un reparto si adatti a raccogliere l’immondizia, o se serve anche a lavare i pavimenti, a fare da segretario, a compensare tutte le carenze organizzative: assenza di colleghi non sostituiti, assenza di personale ausiliario, di personale amministrativo…Riconoscimento di status professionale significa riconoscimento di competenze e conseguentemente di responsabilità. Non si può pensare che per carenze di personale da un giorno all’altro un infermiere, che ha sempre lavorato in sala operatoria, venga trasferito in un reparto di medicina mettendo a rischio prima di tutto la qualità dell’assistenza del malato e poi il professionista stesso. Oltre a una maggiore autonomia, a monte ci vuole un cambiamento culturale52”. Questa è solo una parte di una lettera scritta da un’infermiera sulle pagine di una rivista infermieristica. Poche righe per capire che gli infermieri dovrebbero acquisire maggior consapevolezza della dignità della loro professione.

Il 12 ottobre 2006 è stata indetta a Roma una manifestazione da tutti i professionisti italiani, tra i quali in gran maggioranza, proprio gli infermieri. Dodici anni dopo la grande manifestazione nazionale che determinò l'approvazione del profilo professionale, gli infermieri sono scesi di nuovo in piazza, chiedendo l'attuazione della riforma del sistema professionale. La Federazione dei Collegi provinciali degli infermieri (Ipasvi) ha infatti aderito alla manifestazione nazionale promossa dal Comitato unitario dei professionisti in seguito al Decreto Bersani che prevede l’eliminazione degli Ordini professionali. “Il CUP”, sottolinea l'Ipasvi in una nota, ''chiede al Governo di rispettare gli impegni assunti e di procedere alla riforma del sistema professionale, risorsa su cui deve contare un paese moderno ed efficiente, in linea con le normative che regolamentano le professioni nel resto d'Europa''.

 

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