E' di questi giorni nel web alcuni titoli di solidarietà verso due colleghe ritenute colpevoli di lesioni gravi per la fuoriuscita di un farmaco durante l'infusione con pompa infusionale in una vena periferica.

Non sono d'accordo mi sembra solo una situazione equivoca di negligenza e/o superficialità o di errata valutazione visto forse l'orario. Alcune premesse...

Una pompa è una macchina che porta un fluido da un contenitore a ad un contenitore B, la macchina può avere una capacità di calcolo per affermare che dopo un certo periodo di funzionamento ha erogato un determinato volume e quindi secondo i parametri della programmazione si arresta.

Le macchine hanno anche dei sensori che rilevano variazioni di pressione e sono in grado di darci informazioni sulla presenza di ostruzioni a monte o a valle della linea di infusione.

La macchina esegue la programmazione non ha idea di cosa infonde e dove va, rileva solo le variazioni di pressione.

Ora se utilizziamo una pompa infusionale su di un nostro assistito che ha una via centrale possiamo ispezionare solo i raccordi, non abbiamo modo di sapere se il CVC è in sede o dislocato, le nostre possibilità di controllo arrivano fino al punto di ingresso del CVC.

Quando la pompa infusionale è messa in un agocannula ed iniziamo l'infusione abbiamo valutato e siamo consapevoli che è in vena.

Chiunque faccia terapia infusionale sa che non c'è la certezza al 100% che l'agocannula sia in posizione bene, potrebbe essere in vena solo per pochi mm della punta, oppure che si può avere un irritazione della parete della vena con contrazione ispessimento o altro con un uscita del liquido che entra nei tessuti, ovvero uno stravaso.

Uno stravaso di una soluzione isotonica non lascia danni e dopo 24-48 ore si riassorbe spontaneamente (in condizioni fisiche ottimali).

Quando ci apprestiamo a fare una terapia infusionale dovremmo rassicurare il nostro assistito e chiudere l'inizio della terapia con la frase:

-Questa fleboclisi non le deve dare alcun fastidio (oppure si dicono i sintomi attesi) se pizzica, brucia o da fastidio mi chiami, per qualsiasi cosa pensa correlata alla flebo mi chiami.

Il messaggio è io infermiere ci sono.

 La massima della sentenza (tratta da riaonweb) riporta:

 

Il cattivo funzionamento del dispositivo di allarme elettronico che presidia una pompa di infusione in modo da arrestare la perfusione della soluzione isotonica qualora l’ago della flebo vada fuori vena, non esime da responsabilità i sanitari di turno che, nonostante siano allertati dalla madre di un piccolo paziente ricoverato in un reparto pediatrico, omettano di controllare le ragioni del continuo pianto del paziente e della presenza di una macchia rossa sulla spalla del bimbo.

Il cattivo funzionamento è poi dichiarato dalle colleghe una motivazione per giustificarsi e cercare una via d'uscita.

IL cuore dell'evento è aver ignorato il proprio assistito, il familiare e quindi diventare responsabili di un danno.

Sussiste la responsabilità penale per lesioni colpose delle infermiere – oltre alla conseguente responsabilità civile per danni in concorso con la competente Asl - che negligentemente omettano i dovuti controlli durante tutta la notte in cui erano di turno per accertare la presenza o meno in vena dell’ago della flebo, non accorgendosi così della sua accidentale fuoriuscita dal lume venoso e cagionando in tal modo lesioni cutanee da ustioni dalle quali derivava una malattia di durata superiore a 40 giorni.

Allora se c'è un danno superiore a 40 giorni non è stata infusa una soluzione isotonica, dovevano esserci dei farmaci poi se l'ASL è stata presa in causa per omessi controlli la pompa ad infusione doveva avere degli anni di servizio al momento dell'evento.

Questi principi sono stati affermati dalla Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 31133/11, depositata il giorno 04/08/11, con la quale è stato respinto il ricorso avanzato da due infermiere avverso la sentenza della Corte d’Appello di Lecce che aveva confermato la decisione del locale Tribunale che le aveva ritenute colpevoli del reato di lesioni colpose in danno di un piccolo paziente e condannate alla pena di 200,00 euro di multa, oltre al risarcimento, in solido con il responsabile civile Asl, dei danni da liquidarsi in separata sede, nonché al pagamento di una provvisionale di euro 10.000,00 in favore di ciascuna delle parti civili.

 

La Suprema Corte - respingendo la tesi della difesa delle due infermiere che aveva sostenuto, tra l’altro, che le predette avevano fatto legittimamente affidamento sul buon funzionamento del dispositivo elettronico di allarme che presidiava la pompa di infusione – ha osservato che la negligenza di questi sanitari era consistita nell’avere sottovalutato le segnalazioni effettuare dalla madre del paziente che avrebbe dovuto indurle, pur in mancanza dei segnali d’allarme provenienti da questo dispositivo, a verificare che cosa stesse accadendo sotto la benda che fasciava il braccio del bambino che, a decorrere da una certa ora della notte, aveva iniziato a piangere ininterrottamente per le ustioni provocate dall’ago fuori vena.

 

La suprema corte scrive sopra:

la negligenza di questi sanitari era consistita nell’avere sottovalutato le segnalazioni effettuare dalla madre del paziente che avrebbe dovuto indurle, pur in mancanza dei segnali d’allarme provenienti da questo dispositivo, a verificare che cosa stesse accadendo sotto la benda che fasciava il braccio del bambino che, a decorrere da una certa ora della notte, aveva iniziato a piangere ininterrottamente per le ustioni provocate dall’ago fuori vena

 

Chiaramente durante il processo tutti dicono di tutto e di più, ma il cuore della situazione è non aver ascoltato.

Quindi chi sono i buoni chi i cattivi, gli infermieri, i giudici o il bambino?

Guardiamo poi l'evento con gli occhi del bambino, della mamma, con la nostra sensibilità di percepire la sofferenza delle persone coinvolte.

Le colleghe hanno fatto un errore di valutazione e cosa non espressa nella sentenza io penso che sia complice anche il turno notturno.

 

Eppure bastava rispettare una semplice frase, un patto:

- se pizzica, brucia o da fastidio... mi chiami.

 

 

Franco Ognibene

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