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Il dossier è il rapporto di un lavoro di focus group.

Chi è e cosa fa il mobbizzato chi è il mobber come reagisce il contesto, aspetti affrontati nel dossier dell'ASSR della Regione Emilia-Romagna.

 

Che cosa fa il mobbizzato

Le vittime del mobbing sembrano essere, nelle parole dei partecipanti, “persone normali che si trovano in un posto che ad un certo punto diventa sbagliato”, dal quale devono andarsene. In alternativa, sono persone deboli, caratterialmente predisposte al ruolo di vittime.

 

[…] persone normali che si trovano in un posto che ad un certo punto diventa sbagliato! E deve andarsene oppure gli vengono tolti gli strumenti di lavoro.

Ci sono persone deboli che sono facilmente vittime o persone che ci cascano per caso in un posto sbagliato. Te ne accorgi dopo, però! Sul momento uno non se ne rende neanche conto!

Quando improvvisamente quello che fai, senza motivo, viene connotato negativamente. Tu hai lavorato fino a quel momento in maniera corretta,

prendendoti le tue responsabilità, lavorando per quello che sai fare, e improvvisamente tutto ciò non va più bene. Perché? Una parte di risposta posso

anche averla, potrebbe essere il cambiamento rapido dell’organizzazione del posto di lavoro, il cambiamento rapido delle persone, di coloro che sono più in alto di te:

cambiano talmente spesso e sono talmente tanti coloro che tra virgolette comandano che non sai più chi è che ti deve dare le direttive, se quelle direttive sono poi quelle da perseguire e perché quello che tu facevi prima, che comunque ci sta, non va più bene.

Se ne parla anche come di persone che stanno attraversando, al di fuori del contesto lavorativo, un periodo di difficoltà tale da renderle vulnerabili anche sul lavoro e, pertanto, potenziali vittime del mobbing.

I partecipanti hanno sottolineato l’importanza e la difficoltà del processo che porta la vittima del mobbing a riconoscersi come tale. L’azione vessatoria è tale, infatti, da rendere difficile per le stesse vittime riconoscere e diventare consapevoli della propria situazione. L’azione svalutativa e di disconoscimento subita, infatti, produce sentimenti di disistima, vissuti di mancanza di autoefficacia, giudizi negativi su se stessi come persone e come lavoratori.

Questa persona non si ritiene più capace di svolgere un lavoro che ha fatto per otto anni.

All’interno del contesto lavorativo, le vittime del mobbing possono reagire alla situazione adottando diverse strategie, come l’approccio diretto, il dialogo, il tentativo di chiarimento con il gobbe; in ogni caso “è importante non essere soli, avere un alleato, e il cercarlo è conseguenza della consapevolezza della situazione”. Se, come spesso accade, questo tipo di azione non sortisce gli effetti sperati, le vittime si rivolgono ai propri diretti superiori o alla dirigenza intermedia per tentare di denunciare la situazione nella quale si trovano.

 

 

[…] non puoi prendere a botte qualcuno, allora vai dalla caposala. Se alla terza volta la caposala non capisce, vai dal direttore sanitario.

Se anche questo tipo di azioni non funziona, l’unica soluzione per sopravvivere è andarsene.

[…] ho provato a scavalcare il mio diretto superiore, ma è ovviamente andata malissimo! Io non ero nulla rispetto a lui. Ho parlato direttamente alla persona che mi tratta male e ha negato! Il sindacato: “cosa possiamo mai fare?”. Cosa fai?

Niente! Ho visto persone che cominciano il pellegrinaggio, non c’è una strada!

Se reagisci, sei uno che rema contro e rompe le scatole. Non servi più a niente!

[…] io lo vedo che sta proprio male, gli si è riaperta l’ulcera e non c’era mai stato in malattia in tanti anni. La situazione è come prima, lo stesso gruppo. E io non so cosa fare: gli ho parlato, per aumentare la sua autostima … era stato offeso tanto … è una situazione brutta! Io gli ho parlato tanto, ma non è che sia cambiato tanto. Ho pensato si sentisse un po’ solo. Allora ho provato a metterlo nell’altro gruppo … credo che stia meglio ma la sua situazione non credo sia cambiata!

Penso che questa persona continui a stare male. E io non so come fare. [… ] poi dipende anche dal carattere … lui è vendicativo, uno che non si dimentica e se anche cambia, rimane quello che ha detto. Io per lui non vedo un gran futuro.

Dalle riflessioni condotte nei gruppi emerge una sorta di analogia tra il mobbing e la guerra. La posizione della vittima è quella di chi, pur in condizione di inferiorità, si trova nella posizione di dover dichiarare guerra o di dichiararsi sconfitto e rinunciare alla propria posizione lavorativa.

Le strategie cambiano anche in relazione al tipo di mobbing di cui si è vittime. Se l’azione vessatoria viene da un pari grado, allora è possibile reagire, fare qualcosa prima di dichiararsi sconfitti; se il mobbing è di tipo apicale, invece, reagire alla violenza psicologica è più pericoloso, perché significa esporsi ad ulteriori attacchi da parte del mobber.

Tra pari si può reagire, se è un superiore a maltrattare si finisce in situazioni imbarazzanti, per cui si diventa colui che inventa tutto o che ha le manie.

In ogni caso, stando a quel che riferiscono i partecipanti, la gran parte delle reazioni messe in atto dalle vittime risultano nel complesso controproducenti, sia che il mobbing sia di tipo orizzontale che verticale. Tra queste, il mettersi in malattia o l’assentarsi in qualche modo dal lavoro peggiora la posizione della vittima, perché conduce a un ulteriore isolamento nei confronti del gruppo, fomenta le dicerie e innesca la dinamica del

capro espiatorio.

Chi è e cosa fa il mobber

 

A seconda della tipologia di mobbing, il mobber è identificato con un superiore o con un collega. È stata descritta anche la situazione in cui il mobber è “più realista del re”;

in questo caso, l’azione vessatoria è perpetrata nei confronti della vittima per interposta persona, per cui il mobber risulterebbe essere una pedina manipolata da un superiore e quello che sembra essere mobbing orizzontale sarebbe, in realtà, un mobbing verticale mascherato.

In diversi gruppi è emerso anche un dato riguardante il genere del mobber. Una parte degli intervistati è, infatti, convinta che le azioni di mobbing siano più frequenti tra le donne che non tra gli uomini.

L’atteggiamento vessatorio è, per i partecipanti, proprio quello di far sentire in colpa la vittima, di farla sentire inadeguata e incapace; per alcuni si manifesta a spot, con atteggiamenti ambivalenti, in modo non continuo e non riconoscibile.

Chi vessa, in determinati momenti ha bisogno di te e per questo, in maniera subdola, è meglio che nei tuoi confronti si ponga così, qualche giorno dopo che non ha più bisogno, torna a mostrare quella forma di potere, quei muscoli.

Le azioni del mobber vanno dal togliere lavori che interessano o prometterli senza darli, al non firmare ferie concordate, a far fare compiti di basso livello, a far sparire mansioni e spostare gente.

La mobilità del personale è usata sia come strumento di ricatto nei confronti del lavoratore sia come strumento per risolvere le situazioni di conflitto sia da parte dei superiori che delle vittime stesse.

Come reagisce il contesto

 

 

Il contesto, e cioè il gruppo spettatore del mobbing, reagisce - secondo gli intervistati - con un misto di solidarietà e paura. La solidarietà viene manifestata privatamente, lontano dalla situazione di conflitto, e di solito proviene da singole persone più che dal gruppo. Il gruppo, dal canto suo, tende ad aderire acriticamente alla situazione o a non esporsi, forse per paura di ritorsioni. Oppure reagisce a seconda di come percepisce la

vittima nella situazione: se ad esempio il gruppo considera la vittima come capro espiatorio delle difficoltà che vive, non esiterà ad allearsi con il mobber. Ecco quindi che oltre ad avere un ruolo passivo di contesto, palcoscenico, il contesto assumerà un ruolo più attivo attraverso dinamiche sue proprie di accettazione ed esclusione tendenti a definire quando si è “dentro” o “fuori” dal gruppo.

Il contesto lavorativo, inoltre, tende ad esasperare gli atteggiamenti di competitività e produttività, accentuando cattiveria, invidia e lotta per i privilegi.

 

Il testo integrale può essere scaricato dal link "http://asr.regione.emilia-romagna.it/wcm/asr/collana_dossier/doss193.htm

 

La stesura del Rapporto è stata curata da:

Sara Capizzi Agenzia sanitaria e sociale regionale dell’Emilia-Romagna

Maria Augusta Nicoli Agenzia sanitaria e sociale regionale dell’Emilia-Romagna

Sabrina Colombari Azienda USL di Bologna

Francesca Isola Azienda USL di Bologna

Si ringraziano per la collaborazione:

Gabriella Corazza Azienda USL di Bologna

Daniele Tovoli Azienda USL di Bologna

I componenti del Comitato paritetico sul fenomeno del mobbing e tutti gli operatori che hanno preso parte ai focus group Azienda USL di Bologna

 

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