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Tesi di laurea specialistica di Katia Tomè, "questioni etiche nell'agire infermieristico"

Riassunto...

La professione infermieristica s’imbatte con frequenza in situazioni critiche, spesso molto differenti tra loro, che necessitano di scelte comportamentali, il più delle volte determinanti per l’utente.

 

 

Le  situazioni  critiche  sono  identificabili  come  dilemmi etici, che implicano la presa di decisioni. Ma da parte di chi? Come tutti i professionisti della salute, oggi sicuramente più di ieri, l’Infermiere è chiamato a seil miglior bene possibile per la persona a rispondere con  competenza, pertinenza, responsabilità e tempestività.

Il Codice deontologico degli infermieri all’art.16 recita:

“L’infermiere si attiva per l’analisi dei dilemmi etici vissuti nell’operatività quotidiana e promuove il ricorso alla riflessione bioetica.”

Nell’ambito dell’attività professionale ci s’imbatte quotidianamente in discussione di dilemmi etici di natura più ampia rispetto a quelli trattati dalla deontologia; tali dilemmi di rilevanza bioetica richiedono una riflessione più estesa e complessa ed esigono una conoscenza sicuramente più approfondita della metodologia, degli strumenti e delle linee guida necessarie per poter essere esaminati, discussi, affrontati e risolti.

Il  progresso scientifico e  tecnologico ha  sollevato nuovi problemi: l’uomo  è  in  grado  di  sostituire  organi  malati prelevandoli da un deceduto oppure di realizzare un nuovo essere senza l’ausilio del concepimento.

La scienza medica ci permette di prolungare la vita e di migliorarne la qualità, ma alcune volte l’impiego della tecnica può creare danni irreversibili o ledere valori umani fondamentali.

La bioetica non può più essere disciplina per pochi esperti e, accanto alle mere disquisizioni teoretiche, la pratica clinica diviene il teatro delle riflessioni etiche al letto del malato.

Le realtà vissute nel processo assistenziale obbligano i professionisti della salute ad un approccio che richiede una riflessione consapevole e responsabile.

Il  paternalismo  medico,  fino  a  non  molti  anni  fa,  ha favorito, per alcuni operatori la scelta delle cure, facilitati dallo stato di subordinazione e di rassegnazione che molti pazienti assumevano.

Oggi l’atteggiamento dei cittadini è mutato, il paternalismo medicofortementeridimensionato,el’infermiere ha assunto nell’equipe curante un ruolo di rilievo, per il più alto livello della sua formazione e cultura rispetto al passato, ma soprattutto in virtù della sua intima relazione.

 

L’infermiere è colui che divide con l’assistito il lungo percorso della malattia, che pone frequentemente dei limiti di libertà, non solo di tipo fisico.

Molti pazienti vivono il ricovero con senso di sfiducia nei confronti della sanità e dell’ambiente poco confortevole; spetta all’infermiere il più delle volte restituire alla persona la dignità che la struttura, gli spazi, le regole gli sottraggono.

Il percorso assistenziale permette l’instaurarsi di una relazione che ha una peculiare rilevanza perché implica la salute olistica della persona.

Si crea un rapporto di intimità e complicità, che consente di trasformare la malattia in un’esperienza di crescita personale.

La qualità

I  medici  prescrivono  il  trattamento,  ma  gli  infermieri condividono con il malato la sofferenza di una terapia o il disagio di una qualità di vita peggiorata.

L’infermiere è nella migliore posizione per valutare il modo in cui la persona percepisce e vive la qualità della sua vita, quindi è  in  grado  di  tradurre le  speranze  e  le  illusioni dell’assistito e  può  rappresentare il  fulcro  dell’analisi di eventuali conflitti etici.

Un vero professionista, dotato di competenza e responsabilità, deve guidare la persona verso la ricerca del bene.

Lo stato di necessità e di dipendenza dato dalla malatti LINKa, non deve autorizzare l’operatore a monopolizzare la situazione e a gestire autoritariamente le scelte. La l’intera disciplina.

L’infermiere è  un  agente  morale,  cioè  una  persona  che compie scelte di natura etica poiché il suo agire è condizionato, ma non interamente determinato, dal contesto, dal cliente, dalle prescrizioni, dall’organizzazione del lavoro.

Egli  agisce  continuamente una  sintesi  tra  valori,  norme morali e  giuridiche, deontologia professionale, cultura e situazioni contingenti.

Ma quanti infermieri hanno le conoscenze sufficienti per operare questa sintesi?

Si  può  sicuramente  affermare  che  la  risposta  non  può venire se non partendo dall’innalzare il livello formativo di base.

Occorre sviluppare nuove e migliori competenze studiando ai corsi di base i fondamenti teoretici ed elaborando successivamente in sede di tirocinio clinico discussione di casi  incontrati, anche  con  la  consulenza ed  il  supporto degli infermieri più esperti presenti nei comitati etici locali.

Le preferenze legate a ideologie personali o a valori culturali e religiosi, ma il confronto, il possesso di strumenti di analisi metodologica dei fatti e delle istanze, permetterà di scartare contenuti e giustificazioni prive di una base etica e di trovare la migliore soluzione possibile che risponde al miglior bene per quel paziente e non per altri.

Questo lavoro di ricerca, si è occupato di valutare come il bisogno di formazione dell’infermiere, in termini bioetici, cambi sottoponendo al professionista la lettura di casi clinici rilevanti per il loro intenso contenuto bioetico.

La riflessione che si genera dalla lettura dei suddetti casi porta il professionista a rivalutare le proprie conoscenze bioetiche e la propria capacità di gestire il sistema decisionale utilizzando strumenti diversidalla propria coscienza e dai propri valori.

 

 

 

 

 

 

 

 

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